Ed eccoci al traguardo di un altro anno vissuto a replica di tanti che non hanno mai fatto la differenza. Giornate scandite dal risuonare di una sveglia, noi che dormiamo sotto il pelo dell'acqua. Un sonno profondo come lo strato di piume in cui ci avviluppiamo nella speranza di attutire le cadute. E risvegliarsi come petali sviliti in questa esistenza privata delle regole. Ed eccoci all'inizio dell'ennesimo proposito di cambiamento che inevitabilmente crollerà annichilito al primo manifestarsi di un menefreghismo mondiale, una catarsi generale che inchioda lo stomaco al petto. Ed eccoci a rimirare lunghe attese e a sbilanciare promesse, a stendere bucati scoloriti dal troppo zelo. A ritrovarci nell'allora, nel forse, nell'ora o mai più. E ce l'abbiamo fatta, ancora una volta, a svilire l'intelletto.
Esiste un momento in cui ogni cosa cambia di significato, quello che siamo resta immutato, ma forse ci siamo dimenticati di come riuscivamo a percepire tutto amplificato. Cerchiamo un centro che non potrà mai darci stabilità perché siamo per natura in bilico, ossessionati da un’idea di felicità che non ci appartiene. Siamo imperfetti e così dannatamente prossimi all’estinzione da non ricordare che la vita senza emozione è solo un film che gira al contrario. Ci siamo inciampati addosso mentre eravamo intenti a guardare da un’altra parte. Ed è stata la nostra condanna. Se la salvezza non può avere la forma del tuo respiro non voglio conoscerla.
Mi sei rimasto addosso come un odore che non riesco più a cancellare. Un virus che divora spazio e tempo nei pensieri e trasforma ogni gesto in un'agonia. Vorrei lasciarti andare per ritrovarti mai più, ma l'eco di te ferisce come una lama sottile ogni volta che cerco di ritrovare candore. L'aria è una partita persa in cui i pensieri vagano alla ricerca della tua vera essenza, e io non posso più fermare quello che il tuo desiderio ha innescato in me. Sete.